«Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?» Marion, da Il cielo sopra Berlino
Non ha alcuna esitazione sulla porta, non ha alcun bisogno di guardarsi attorno. Per lei questo è un luogo familiare. Anche se non metteva piede al clandestino da ormai molto tempo, non sembra affatto sorpresa nel trovarmi qui. In fondo neanch’io sono stupito nel vederla. Nonostante la vita percorra spesso traiettorie imprevedibili, era inevitabile che fosse proprio lei la prima a venire qui oggi.
I capelli neri corti fino alla nuca con una frangia che un po’ obliqua le scende sulla fronte; la pelle è leggermente abbronzata. Indossa una maglia verde che le lascia scoperte le spalle ed un paio di jeans.
Si avvicina e si siede al mio tavolo. Senza dire una parola, mi accosta una fotografia.
E’ il goldelse, l’angelo d’oro di Berlino. Su un’angolo una semplice scritta a penna, “1-0″ con sotto la sua firma, “Alyce”. Non posso fare a meno di sorridere. E’ il nostro gioco: ogni volta che uno dei due torna da un viaggio, deve portare con sé una prova di essere stato nel posto che l’altro gli aveva indicato prima della partenza; l’ “1-0″, nato come uno scherzo, è diventato una sorta di augurio. Solo recandosi allo stesso posto, infatti, l’altro ha la possibilità di pareggiare il conto.
Sono passati molti anni da quando, seduto sulle scalinate della Sagrada Familia, a Barcellona, inaugurai questa tradizione.
– Com’è Berlino, allora? - le dico, decidendomi a spezzare il complice silenzio resisitito fino a questo momento.
– Una gran bella città. Dovresti andarci.
– A questo punto devo… - sottolineo sorridendo ed indicando con lo sguardo la foto.
– …e l’angelo? E’ stato difficile trovarlo? - chiedo incuriosito.
– Tutt’altro. Già sfogliando la guida in aereo ho letto come raggiungerlo; poi dalla porta di Brandeburgo si vede. - mi dice con molta sincerità.
– Peccato, avrei voluto farti perdere più tempo… - le dico ridendo
– Fottiti. – risponde prima fingendo risentimento e poi sorridendo anche lei.
Dopo qualche secondo di silenzio, riprendo a parlare.
– Ho scelto il goldelse perchè nel film di Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino”, è il luogo dove gli angeli meditavano e discutevano riguardo agli uomini e al mondo… – le spiego.
– Non ho visto il film, ma me ne hanno parlato. Comunque mi è sembrato un luogo molto malinconico. Sarà stato anche per il fatto che quando sono salita sul terrazzo ai piedi dell’angelo pioveva…
- Prendi qualcosa da bere? - le chiedo, interrompendo improvvisamente il discorso.
Lei guarda il mio drink e mi risponde,
– Prenderò anch’io qualcosa alla menta…
– Un altro mojito, per favore - chiedo allora rivolgendomi al barista.
Nell’attesa del drink, lei si accorge della presenza del mio quaderno color seppia.
– Cos’è? - mi chiede.
– Un diario. Ho appena iniziato a scriverlo. - le rispondo.
Senza chiedermi il permesso, lo prende e legge l’unica pagina scritta finora.
Aspetto che finisca, poi le domando cosa ne pensi.
– Un libro non si giudica mai dalla prima pagina. Ma, se fosse un romanzo, leggerei anche il secondo capitolo. - commenta
Continuiamo a parlare di ciò che ci è successo dal nostro ultimo incontro, ci aggiorniamo sulle nostre rispettive vite. Ci raccontiamo episodi banali che ci sono accaduti e commentiamo fatti dei quali in fondo ci interessa poco. Ma le parole non scorrono fluide e ne siamo entrambi consapevoli. E’ palpabile la nostalgia dei tempi in cui le nostre conversazioni erano come fughe dalla banalità della vita e gli argomenti affrontati planavano su più elevati orizzonti. Ora tutto sembra perso. La mediocrità del quotidiano, lentamente ma inesorabilmente, è riuscita ad insinuarsi tra di noi, corrompendo la nostra intesa elettiva. Come prevedibile, la realtà ha distrutto ogni forma di magia. Gli angeli, una volta divenuti uomini, assumono un nuovo senso del pudore che impedisce loro di meditare e discutere come facevano prima.
Approfittando di un momento di silenzio, Alyce guarda l’orologio.
– Si sta facendo tardi. Ora devo proprio scappare. Ci rivediamo? - mi dice alzandosi.
– Sai dove trovarmi - ribatto sorridendo.
Lei ricambia il mio sorriso e se ne va, senza più voltarsi.
Guardo la porta chiudersi, poi istintivamente do anch’io un’occhiata all’orologio sul muro. Sono le 16,50.
“Il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose”, penso, un po’ malinconico.

Mercoledì, 8 Agosto 2007 alle 2:51 pm
“…Un’imprudente enfatica demenza
nel farti le carezze girata dall’altra parte…”
“Sai dove trovarmi”…e Alyce? dov’è, dove sarà? IL clandestino ha già capito “…il senso di questa vita che si sporca nel mondo”, ma Alyce non vuole e preferisce restare nel suo “wonderland”…e mentre LUI se ne stai li’ seduto ad ascoltare il tempo…ora nella testa LEI ha solo una CANZONE che veste i suoi panni…una canzone e…FRASI nella sua mente indelebili come il segno del mare su pezzi di vetro…frasi e PAROLE come quelle di una vecchia canzone…”…COME foglie cadute, promesse dovute
che il Tempo CI perdoni per averle pronunciate…COME note stonate
sul foglio capitate per sbaglio, tracciate e poi dimenticate…(…)… sono andate a dormire sorprese da un dolore profondo che non mi riesce di spiegare”…
“…Le parole che ho detto e chissà quante ancora devono venire”…