Quattro del pomeriggio di un’afosa giornata d’agosto. Seduto al solito posto, del solito tavolo, del solito bar. Il caldo è soffocante, si attacca addosso e rende difficoltoso anche solo pensare, ma ormai è uno stato naturale e nessuno sembra farci più caso. Il lento girare delle pale del ventilatore sul soffitto prova timidamente a smuovere l’aria, impregnata dall’odore di caffè e rhum e dal tipico odore dei sacchi di juta. Una flebile musica cubana ed i casuali tintinnii dei bicchieri sono il sottofondo perfetto per quest’atmosfera di calma assoluta. Mi guardo attorno mentre sorseggio un drink alla menta. I pochi solitari avventori sembrano stanchi ed annoiati almeno quanto me. Sul mio tavolo un quaderno nuovo con una copertina rigida color seppia. Un diario, o almeno dovrebbe esserlo. Avrei voluto iniziarlo oggi, ma mi sono presto reso conto che riempire quella prima pagina bianca è ancora più difficile di decidersi a scrivere qualcosa. In cerca di ispirazione, continuo a guardarmi in giro. Sulla parete di fronte una scritta in spagnolo porta la firma di Garcìa Marquèz. Provo a ricordarmi da quale romanzo sia tratta, so di averla letta da qualche parte, ma ogni sforzo risulta vano. Nell’angolo affianco, un tiro al bersaglio dilaniato da troppe partite, molte di più di quante ne avrebbe dovuto razionalmente sopportare.
Credevo di voler restare solo, oggi, invece ora mi rendo conto di aver bisogno di compagnia. A volte è davvero difficile riuscire a distinguere le due sensazioni. Comunque non ho nè la forza nè la voglia di chiamare nessuno. Tanto, chiunque mi cerchi, saprà dove trovarmi. Sempre che qualcuno lo voglia. Mi ritrovo a fissare la porta semichiusa. Dallo spiraglio si riesce a intravedere l’insegna in legno del locale, su cui è incisa un’unica, evocativa parola: “Clandestino”.
Domenica, 5 Agosto 2007 alle 6:57 pm
Devo dire che entro in questo blog non proprio per caso, non prorpio “in punta di piedi”…ma ammetto che con la stessa “spontaneità” con cui mi sono intrufolata, avrei lasciato un (non mi piace chiamarlo commento…….ok diciamo un pensiero evocato)…avrei lasciato un “pensiero evocato” che nessuno sa cosa sia perchè l’ho coniato adesso, ma credo si capirà. Ho sempre pensato che il successo di un blog sia decretato soprattutto dalla capacità di chi lo scrive di riuscire a far immedesimare “gli attenti lettori” nelle sensazioni che evoca…la capacità di condivisione no? ma leggendo questo post mi sono accorta che è probabilmente anche l’attento lettore a vedere “ciò che vuole vedere”, a sentire “ciò che vuole sentire”…a provare qualcosa di suo insomma…che forse in parte gli appartiene e in parte…ahimè no. E’ difficile adesso dire cosa hanno “evocato” in me questa parole…dirò solo che Alyce se si fosse trovata lì in quel bar – probabilmente – stanca e annoiata, avrebbe sorseggiato lo stesso drink alla menta, avrebbe afferrato incuriosita quel diario color seppia, fissato la stessa scritta e pensato alla differenza esistenziale tra il voler restare solo …e l’essere un “clandestino”…
PS l’ho sempre detto che il “seppia” fa miracoli!
AlY
Domenica, 5 Agosto 2007 alle 10:02 pm
In fondo era inevitabile che fossi tu la prima ad entrare al clandestino..
- Un altro mojito, per favore..