Ho voglia di farmi un giro. Mi alzo, pago il conto dei due drink, saluto il barista. Se qualcuno verrà qui per me, potrà aspettarmi seduto al mio tavolo. Il clandestino non chiude mai.
Il tavolo vuoto
Martedì, 7 Agosto 2007 di clandestinoL’angelo d’oro
Lunedì, 6 Agosto 2007 di clandestino«Il tempo guarirà tutto. Ma che succede se il tempo stesso è una malattia?» Marion, da Il cielo sopra Berlino
Non ha alcuna esitazione sulla porta, non ha alcun bisogno di guardarsi attorno. Per lei questo è un luogo familiare. Anche se non metteva piede al clandestino da ormai molto tempo, non sembra affatto sorpresa nel trovarmi qui. In fondo neanch’io sono stupito nel vederla. Nonostante la vita percorra spesso traiettorie imprevedibili, era inevitabile che fosse proprio lei la prima a venire qui oggi.
I capelli neri corti fino alla nuca con una frangia che un po’ obliqua le scende sulla fronte; la pelle è leggermente abbronzata. Indossa una maglia verde che le lascia scoperte le spalle ed un paio di jeans.
Si avvicina e si siede al mio tavolo. Senza dire una parola, mi accosta una fotografia.
E’ il goldelse, l’angelo d’oro di Berlino. Su un’angolo una semplice scritta a penna, “1-0″ con sotto la sua firma, “Alyce”. Non posso fare a meno di sorridere. E’ il nostro gioco: ogni volta che uno dei due torna da un viaggio, deve portare con sé una prova di essere stato nel posto che l’altro gli aveva indicato prima della partenza; l’ “1-0″, nato come uno scherzo, è diventato una sorta di augurio. Solo recandosi allo stesso posto, infatti, l’altro ha la possibilità di pareggiare il conto.
Sono passati molti anni da quando, seduto sulle scalinate della Sagrada Familia, a Barcellona, inaugurai questa tradizione.
– Com’è Berlino, allora? - le dico, decidendomi a spezzare il complice silenzio resisitito fino a questo momento.
– Una gran bella città. Dovresti andarci.
– A questo punto devo… - sottolineo sorridendo ed indicando con lo sguardo la foto.
– …e l’angelo? E’ stato difficile trovarlo? - chiedo incuriosito.
– Tutt’altro. Già sfogliando la guida in aereo ho letto come raggiungerlo; poi dalla porta di Brandeburgo si vede. - mi dice con molta sincerità.
– Peccato, avrei voluto farti perdere più tempo… - le dico ridendo
– Fottiti. – risponde prima fingendo risentimento e poi sorridendo anche lei.
Dopo qualche secondo di silenzio, riprendo a parlare.
– Ho scelto il goldelse perchè nel film di Wim Wenders, “Il cielo sopra Berlino”, è il luogo dove gli angeli meditavano e discutevano riguardo agli uomini e al mondo… – le spiego.
– Non ho visto il film, ma me ne hanno parlato. Comunque mi è sembrato un luogo molto malinconico. Sarà stato anche per il fatto che quando sono salita sul terrazzo ai piedi dell’angelo pioveva…
- Prendi qualcosa da bere? - le chiedo, interrompendo improvvisamente il discorso.
Lei guarda il mio drink e mi risponde,
– Prenderò anch’io qualcosa alla menta…
– Un altro mojito, per favore - chiedo allora rivolgendomi al barista.
Nell’attesa del drink, lei si accorge della presenza del mio quaderno color seppia.
– Cos’è? - mi chiede.
– Un diario. Ho appena iniziato a scriverlo. - le rispondo.
Senza chiedermi il permesso, lo prende e legge l’unica pagina scritta finora.
Aspetto che finisca, poi le domando cosa ne pensi.
– Un libro non si giudica mai dalla prima pagina. Ma, se fosse un romanzo, leggerei anche il secondo capitolo. - commenta
Continuiamo a parlare di ciò che ci è successo dal nostro ultimo incontro, ci aggiorniamo sulle nostre rispettive vite. Ci raccontiamo episodi banali che ci sono accaduti e commentiamo fatti dei quali in fondo ci interessa poco. Ma le parole non scorrono fluide e ne siamo entrambi consapevoli. E’ palpabile la nostalgia dei tempi in cui le nostre conversazioni erano come fughe dalla banalità della vita e gli argomenti affrontati planavano su più elevati orizzonti. Ora tutto sembra perso. La mediocrità del quotidiano, lentamente ma inesorabilmente, è riuscita ad insinuarsi tra di noi, corrompendo la nostra intesa elettiva. Come prevedibile, la realtà ha distrutto ogni forma di magia. Gli angeli, una volta divenuti uomini, assumono un nuovo senso del pudore che impedisce loro di meditare e discutere come facevano prima.
Approfittando di un momento di silenzio, Alyce guarda l’orologio.
– Si sta facendo tardi. Ora devo proprio scappare. Ci rivediamo? - mi dice alzandosi.
– Sai dove trovarmi - ribatto sorridendo.
Lei ricambia il mio sorriso e se ne va, senza più voltarsi.
Guardo la porta chiudersi, poi istintivamente do anch’io un’occhiata all’orologio sul muro. Sono le 16,50.
“Il tempo non fa il suo dovere e a volte peggiora le cose”, penso, un po’ malinconico.
Prefazione: Il diario ed il “Clandestino”
Sabato, 4 Agosto 2007 di clandestinoQuattro del pomeriggio di un’afosa giornata d’agosto. Seduto al solito posto, del solito tavolo, del solito bar. Il caldo è soffocante, si attacca addosso e rende difficoltoso anche solo pensare, ma ormai è uno stato naturale e nessuno sembra farci più caso. Il lento girare delle pale del ventilatore sul soffitto prova timidamente a smuovere l’aria, impregnata dall’odore di caffè e rhum e dal tipico odore dei sacchi di juta. Una flebile musica cubana ed i casuali tintinnii dei bicchieri sono il sottofondo perfetto per quest’atmosfera di calma assoluta. Mi guardo attorno mentre sorseggio un drink alla menta. I pochi solitari avventori sembrano stanchi ed annoiati almeno quanto me. Sul mio tavolo un quaderno nuovo con una copertina rigida color seppia. Un diario, o almeno dovrebbe esserlo. Avrei voluto iniziarlo oggi, ma mi sono presto reso conto che riempire quella prima pagina bianca è ancora più difficile di decidersi a scrivere qualcosa. In cerca di ispirazione, continuo a guardarmi in giro. Sulla parete di fronte una scritta in spagnolo porta la firma di Garcìa Marquèz. Provo a ricordarmi da quale romanzo sia tratta, so di averla letta da qualche parte, ma ogni sforzo risulta vano. Nell’angolo affianco, un tiro al bersaglio dilaniato da troppe partite, molte di più di quante ne avrebbe dovuto razionalmente sopportare.
Credevo di voler restare solo, oggi, invece ora mi rendo conto di aver bisogno di compagnia. A volte è davvero difficile riuscire a distinguere le due sensazioni. Comunque non ho nè la forza nè la voglia di chiamare nessuno. Tanto, chiunque mi cerchi, saprà dove trovarmi. Sempre che qualcuno lo voglia. Mi ritrovo a fissare la porta semichiusa. Dallo spiraglio si riesce a intravedere l’insegna in legno del locale, su cui è incisa un’unica, evocativa parola: “Clandestino”.
